A Fuoco Lento


“Riuscire a liberarsi di un amore malato è l’obiettivo di Victoria Lunas Damante, giovane donna spagnola legata al bellissimo e ricchissimo Raul Calabresi.
La fuga a New York, un nuovo affascinante amore, serviranno a cancellare i ricordi del cuore?
Un bellissimo romanzo in cui si intersecano storie di amicizia, eros e passioni impetuose.”

A Fuoco Lento

Innamorata dell’amore, decide un giorno di realizzare un romanzo e lo fa con così tanta passione da trascorrere notti insonni per l’emozione.
Ora spera che tutto questo possa ben presto trasformarsi in una serie tv di successo

A Fuoco Lento

Capitolo I

Rivelazione inaspettata

Il caldo estenuante di Ronda in quei giorni era insostenibile, la popolazione a malapena tirava fuori la testa dalle abitazioni e solo in casi di estrema necessità.
Victoria Lunas per questioni di salute, aveva abbandonato la villetta per recarsi al Trocadero Hospital per incontrare il dottor Santos, un oncologo di fama mondiale che aveva urgenza di metterla al corrente di una situazione di vitale importanza.
Victoria arrivò davanti all’ingresso dell’ospedale ed ebbe un sussulto al cuore… si diresse verso l’ascensore consapevole che da lì a poco si sarebbe scatenato l’inferno.
Ripensò con rabbia a suo marito, Raul Mathias Calabresi, che negli ultimi mesi non si era degnato nemmeno un secondo di informarsi circa lo stato di salute di sua moglie. Lei durante i diciotto anni di convivenza aveva assecondato qualunque suo capriccio, senza mai obiettare, per il quieto vivere, subendo volontariamente una sudditanza psicologica che alla fine le aveva rovinato l’esistenza, che in quel nanosecondo le sembrò vuota e insulsa.
“Ecco cosa ti sei ritrovata in mano, cara ragazza, dopo tutti questi anni: un bel pugno di mosche” pensò.
L’attesa della chiamata da parte del medico fu straziante, perché Vicky si sentiva sopraffatta da una sensazione alquanto negativa; cominciò a giocherellare con le dita della mano destra sui braccioli della poltroncina rossa in sala d’attesa.
Trascorsi venti minuti si avvicinò a lei una donna elegante che la invitò ad accomodarsi nello studio del dottor Santos.
Victoria si alzò impaurita e per un istante rifletté sul fatto che ancora una volta era costretta ad affrontare da sola un altro doloroso epilogo della vita.
In cuor suo, prima di bussare a quella porta, pregò disperatamente che le sue orecchie non potessero udire quella parola terrificante.
Bussò due volte e dall’altra parte sentì una voce che le disse: «Avanti».
Vicky, con fare timoroso, entrò e le gambe le tremavano.
Il dottore la invitò gentilmente ad accomodarsi.
Vicky sprofondò nella poltrona, rassegnata ad accettare qualsiasi verdetto.
Il dottor Santos la guardò fissa negli occhi e le disse: «Questa mattina abbiamo ricevuto il risultato delle analisi effettuate in laboratorio per scongiurare la presenza di cellule cancerogene e, purtroppo, non ho buone notizie».
Victoria lo fissò per alcuni istanti senza parlare.
«Purtroppo, signora, lei ha un cancro» confermò l’uomo.
Vicky sgranò gli occhi, quasi a pregarlo di rimangiarsi quelle parole orripilanti; non fu così e dovette obbligatoriamente accettare con rabbia e freddezza tutta la drammaticità della situazione che le si prospettava dinanzi agli occhi.
«Che tipo di cancro ho?»
«Adenocarcinoma allo stomaco 2° stadio.»
«Cosa vuol dire, dottore? Ho ancora qualche speranza per la guarigione?»
«Certo, signora Calabresi, ma un ciclo di chemioterapia non è sufficiente.
Lei necessita di una operazione risolutiva che andrà ad asportare la parte malata e i tessuti circostanti.»
Le lacrime cominciarono a solcare il viso di Victoria.
«Ho paura!»
«È normale, signora Calabresi, ma vedrà che con la sua buona volontà e
l’affetto dei suoi cari ne verrà fuori più forte e più decisa.»
Vicky sospirò, era sotto choc; annuì per educazione, salutò il dottore che le confermò l’inizio della chemioterapia dopo dieci giorni. Bisognava intervenire tempestivamente.
Victoria si diresse di fretta verso casa e in macchina azionò l’aria condizionata, visto il caldo insopportabile.
Dopo quella notizia scioccante faceva fatica persino a respirare.
Pianse per tutto il tragitto e quando arrivò a casa si diresse silenziosamente verso la camera da letto evitando di farsi notare dal personale della villa.
Si spogliò, affondò nel materasso e con la faccia rivolta verso il soffitto notò il suo meraviglioso letto a baldacchino contornato da veli bianchi trasparenti che armonizzavano il romanticismo della camera, totalmente stilizzata in un barocco moderno.
Prese il cellulare e compose il numero di Raul.
Tre squilli e lui prontamente rispose.
«Vieni subito, ho urgenza di parlarti.»
«Perché? Che succede? Non riesci ad accennarmi nulla per telefono?»
«Se il mio problema si potesse risolvere telefonicamente, sarei la persona più felice del mondo. Oggi, però, temo che dovrai scollarti da quella poltrona.»

«Stai calma» rispose seccato Raul. «Arrivo tra mezz’ora… il tempo di delegare delle situazioni in direzione.»
«Già» rispose lei sarcastica…
Vicky non aveva mai sopportato la direttrice del Niagara Hotel, perché temeva che avesse delle precise mire sul marito. Sin dal primo istante aveva percepito un’energia negativa che non riusciva a scrollarsi di dosso; nel contempo suo marito non faceva che tesserne le lodi facendo soffrire Vicky. Si chiedeva: “Perché a me non è mai stato concesso il privilegio di collaborare con l’azienda, mentre a un’estranea acida e spregiudicata sì?”.
Impazziva alla sola idea che potesse stare gomito a gomito con lui; tutto questo l’aveva devastata nel corso degli anni.
Si affacciò alla finestra e notò l’enorme abete nel giardino curato nei minimi dettagli, in cui vi erano stati piantati fiori multicolori e alberi da frutta che si era fatta mandare dall’Italia, c’era anche un ulivo secolare proveniente dalla Toscana.
Ripensò a quanto fosse stato difficile diventare madre alla tenera età di venti anni per poi riuscire a tenere in piedi un matrimonio con un maschilista, egocentrico, cazzone.
Rifletté su quanto avesse patito in quegli anni quando si affacciava il desiderio di realizzarsi nel lavoro, essendo conscia delle proprie competenze, ma la richiesta puntualmente veniva respinta al mittente e accantonata dal suo uomo che, forse temendola in campo professionale, preferiva relegarla in un angolino, posizionarla in una gabbia dorata, ma soprattutto tenerla sottochiave per paura che l’uccellino potesse evadere e svolazzare libero per il mondo.
Raul era convinto che la possessività corrispondesse all’amore e quindi proseguiva avanzando teorie su come lei non avrebbe potuto essere felice senza di lui, perché nessuno le avrebbe concesso tutto quel ben di Dio.
Ma Victoria cominciava in quegli istanti a comprendere che avrebbe dovuto combattere contro una cosa più grande di lei.
Una difficile battaglia da superare a denti stretti.
Si guardò ancora una volta allo specchio e notò che era dimagrita tanto.
Si palpò i seni terrorizzata all’idea che potesse sentire qualcosa di strano, ancora altri noduli. Poi un senso di rabbia finì per impadronirsi della ragione.
Si chiese come diavolo facesse un uomo a non sentirsi una merda sapendo che per anni aveva ignorato e scartato a priori i progetti della moglie, lasciandola lì come una bambola di pezza. Quando c’erano state delle crisi coniugali lui l’aveva minacciata di sottrarle le bambine (ormai grandi).

Pensò a denti stretti: “Se oggi non mi darai le risposte che cerco, con me chiudi, brutto figlio di puttana”.
A questo punto, presa dall’ira e dalla paura, attribuì la malattia a colui che le aveva inferto tanti colpi bassi. Era stata bulimica per anni, aveva avuto la depressione e ne era venuta fuori con veemenza per amore di Rebecca e Jasmine e lui invece lì, fermo, immobile nella decisione di non coinvolgerla attivamente nella vita lavorativa pur di non tenderle una mano. Vicky maturò spesso l’idea di abbandonarlo, ma tra le minacce sottobanco e il fascino che emanava, per amore si era annullata ben consapevole che a quel punto la colpa non l’attribuiva più interamente a Raul, ma se ne assumeva tutte le responsabilità, avendo permesso tutto questo.
Improvvisamente si spalancò la porta e Vicky intravide in controluce la sagoma di Raul che dominava la scena. Con disappunto le chiese: «Cosa c’è di così urgente da farmi lasciare il lavoro? Quale altro cruccio hai in mente oggi?».
Lei lo fissò con aria di sfida: «Non noti nulla di strano in me, guardandomi in questo momento?».
«Vicky…ma che diavolo. Mi hai fatto lasciare il lavoro per…» commentò sprezzante Raul.
«Ti chiedo, per l’amor di Dio, di guardare tua moglie un solo secondo e dirmi se sul serio non noti dei cambiamenti.»
«Ok, sei più magra. Hai deciso di smettere di ingozzarti, vero?» disse Raul sghignazzando.
Vicky ebbe una reazione violenta.
«Cosa? Hai il coraggio di ironizzare sulla bulimia? Invece di ridere, fatti un esame di coscienza e chiedi al tuo cervellino perché a volte tua moglie si consola con il cibo.»
Lui semplicemente le rispose: «Io vado via, mi hai già rotto…». Fece per girarsi di schiena, ma Victoria lo interruppe bruscamente. «Ho il cancro, sono ammalata e ho tanta paura» urlò con voce tremante.
Raul si voltò di scatto e si ritrovò di fronte a lei. «Cosa, amore?» Vicky scoppiò in un pianto a dirotto e si dimenò, battendo i pugni sul torace di
lui.
«Ho un cancro che mi sta divorando, devo fermarlo altrimenti non riuscirò a vedere più le nostre figlie.»
«Dio mio, scusa amore, perdonami» furono in quel momento le sue sentite e sincere parole.
La abbracciò fortissimo.

«Ce la farai, amore mio, vero? Ce la farai.» A un certo punto la sua spavalderia si trasformò in insicurezza, tremava e gli sudavano le mani.
«Ce la farai, amore.» La strinse fortissimo, mentre tratteneva le lacrime per infonderle coraggio.
«Sono arrabbiata» disse lei. «Sono arrabbiata» gli urlò’ in faccia. «Mi sono annullata per concedere a voi priorità. Ma a me chi ci ha mai pensato?
Tu preso dalle tue ambizioni, le nostre figlie che mi danno per scontata… e io chi sono? Non lo so più.»
Raul la strinse più forte. In realtà con il cancro ci aveva avuto a che fare in passato e, avendo perso in tenera età entrambi i genitori per lo stesso motivo, adesso era terrorizzato all’idea che a Victoria potesse accadere qualcosa.
«Hai ragione, amore mio, hai ragione. Dimmi cosa posso fare per aiutarti.
» E la baciò profondamente.
Victoria si rifugiò in quell’abbraccio vigoroso.
«Ti prego, Victoria, non mollare, andremo fino in capo al mondo, non ti perdo, amore mio.» La baciò appassionatamente.
In fondo Vicky, in quel preciso istante, aveva bisogno solo di quell’amore che aveva elemosinato per anni, rimanendo inerme nel suo angolino per paura di perdere l’uomo della sua vita, accettando stupidi ricatti psicologici che inconsciamente l’avevano portata a desiderare la morte.
Lui la prese in braccio e dolcemente la posò sul lettone, si adagiò al suo fianco e cominciò a baciarla sul viso, poi le sue labbra si concentrarono sulla bocca carnosa di Victoria che ardeva dal desiderio di rimanere avvinghiata tra le braccia di quell’uomo che la mente detestava ma il cuore cercava…
Durante quell’abbraccio, Vicky si sentì al settimo cielo, piangeva, lo baciava e lui si prodigava per metterla a proprio agio, ripetendole
nell’orecchio centinaia di volte quanto l’amasse e quanto fosse bella. «Ti amo, ti amo… sei bellissima.» Tutto questo mentre Vicky si perdeva dentro di lui, gridando ormai pazza di desiderio. A un certo punto, per zittirla, le mise una mano sulla bocca affinché potesse abbassare i toni, ma fu inutile perché Victoria era completamente in balia dell’incantatore di serpenti…
bellissimo come un adone, pericoloso come uno scorpione del Sahara.
Finito di fare l’amore, Raul telefonò in albergo e rispose la direttrice:
«Niagara Hotel, buongiorno, sono Tabatha. In cosa posso esserle utile?».
«Buondì, Tabatha, sono il signor Calabresi.»

Dall’altra parte della cornetta ci fu un sospiro. Con voce suadente rispose:
«Buongiorno capo, in cosa potrei esserle utile?» ironizzò.
«Oggi pomeriggio e domani non verrò a lavoro perché sarò impegnato con mia moglie, annulli tutti gli appuntamenti.»
Tutto questo mentre Vicky appoggiava la testa sul petto di Raul e con le labbra cerchiava le aree intorno ai capezzoli di lui, succhiandoli sino a farli inturgidire per qualche secondo.
«Signora Tabatha, ha capito?» ripeté alquanto infastidito.
«Certo, signore» rispose sarcastica la donna. «Contentino per la signora?»
rispose irritata la direttrice, non curandosi della presenza di Victoria che avrebbe potuto intuire la situazione.
Da oltre due anni Tabatha Ewing affiancava Raul Calabresi nella gestione dell’Hotel a sei stelle di Ronda, una ridente cittadina dell’Andalusia e, per quanto concerneva il business, le cose quadravano perfettamente.
Ma due persone, di sesso opposto, che collaboravano gomito a gomito, avrebbero potuto causare danni irreversibili e ancora una volta Raul era riuscito a infrangere un altro cuore, facendola divenire oltre che la sua assistente personale anche la sua amante.
Un motivo in più per accentuare in maniera spropositata il proprio ego rendendolo sfuggente e maledetto.
Infatti, senza alcun ritegno, le chiuse il telefono in faccia, non curandosi
del male che stava arrecando a un’altra donna che aveva completamente
perso la testa per lui.
Non ebbe un minimo di tatto e tornò sotto le lenzuola da Victoria che
per l’ennesima volta era ignara delle sue malefatte e si lasciò coinvolgere dalle meravigliose moine che Raul le aveva riservato.
Per la prima volta dopo vent’anni di matrimonio aveva mostrato dei veri sentimenti, che Vicky percepì senza riserve.
I giorni seguenti proseguirono con la solita routine, ma Raul questa volta
fu più presente e premuroso del solito.
La malattia di Victoria rappresentava il suo tallone d’Achille, avendo perso entrambi i genitori in tenerissima età proprio a causa del cancro.
Con la maturità era diventato particolarmente vulnerabile e sensibile all’argomento tanto da partecipare all’apertura di una nuova ala
dell’ospedale oncologico-pediatrico di Madrid e devolveva cifre cospicue
a favore della ricerca.

Guardò Vicky mentre dormiva, distesa sul fianco sinistro, non poté fare a meno di notare quanto fosse ancora bella e l’accarezzò:
«Buongiorno, amore… sveglia.»
«Buongiorno Raul» le rispose sorridente victoria. «Sto male, amore, ma se guardo i tuoi occhi e mi ci tuffo dentro il dolore scompare.»
«Scema, vieni qui» le disse prendendole il viso tra le mani con forza. «Io ti amo, ma tu promettimi che sarai forte.»
«Basta, Raul, è da tre giorni che mi chiedi di prometterti sempre le stesse cose. Ma che ne so, vedremo. Vedremo cosa avrà in serbo il destino per me. Tu però stammi sempre vicino, ok?»
«Sì, amore, andrò via solo oggi pomeriggio per sistemare alcune situazioni in ufficio, poi mi prenderò due mesi di aspettativa e ce ne andremo a Madrid.»
Victoria lo guardava entusiasta. Quello era il Raul che lei amava.
«Ok» gli rispose rassegnata. «Guarda però che non stiamo andando in luna di miele. Sarò bombardata da un veleno chiamato chemio che mi farà stare malissimo; vomiterò, sarò quasi sempre stanca e molto probabilmente perderò i capelli.»
Raul si commosse.
«Ma no, amore’.» L’abbracciò forte. «Li perderò anch’io.» Vicky sorrise.
«Ma se hai pochi capelli!»
«Io non ho pochi capelli, mi raso per comodità» ribatté lui. «Ok, basta, ci penseremo quando sarà il momento.»
Cominciarono a scendere lungo la scalinata che divideva la zona notte, al piano superiore, dalla zona giorno, al piano inferiore.
Arrivati in cucina, Vicky preparò un caffè italiano per Raul che adorava
quell’aroma così intenso.
Lui si guardò intorno e apprezzò quella bellissima casa in cui trionfava il buon gusto.
Osservò, forse per la prima volta, la cucina americana che Victoria si era fatta costruire da un falegname italiano. Era bianca, lucida, in stile moderno, attorniata da divani Chesterfield, anch’essi bianchi, un tavolo in vetro satinato grigio, le sedie in pelle bianca e girasoli freschi posti al centro del tavolo. Insomma, si respirava serenità.
Raul Mathias Calabresi era per metà cubano e per metà di origine italiana.
Sua madre, una bellissima ballerina di danza classica, si innamorò perdutamente di un conte italiano, per cui rinunciò alla sua carriera pur di seguirlo in Italia.

Il padre di Raul, di origini toscane, fu un autentico nobile che seppe giostrarsi abilmente tra donne e denaro sino al fatidico incontro con la moglie Rebecca. Insieme decisero di abitare in Toscana, nel castello di famiglia, e lì trascorsero i migliori anni della loro vita, mettendo al mondo Raul che per loro rappresentò l’intero universo.
Il destino ebbe in serbo per loro una breve felicità.
Quando Raul aveva solo otto anni, sua madre morì per un cancro e la
stessa amara sorte spettò a suo padre che la seguì dopo due anni.
Il piccolo Calabresi, a soli dieci anni, si ritrovò quindi orfano e fu affidato agli zii materni in Spagna. Lo crebbero come un figlio, facendogli frequentare le migliori scuole. Fu qui, tra i banchi di scuola, che conobbe
Victoria Lunas, la bella andalusa che già a sedici anni cominciò a calcare le prime passerelle divenendo, seppur giovanissima, un’affermata modella.
Fu pazzo di lei sin dal primo istante, si prosciugavano di coccole e quando fecero per la prima volta l’amore, Vicky fu orgogliosa di essersi donata a un ragazzo così speciale.
I loro corpi sembravano calamite e non perdevano occasione per lasciarsi andare a bollenti effusioni dovunque capitasse, persino in un parco, tanto da essere multati dal servizio di vigilanza per atti osceni in luogo pubblico.
Si adoravano reciprocamente e, a soli diciotto anni, divennero genitori di Rebecca, la primogenita di casa Calabresi, oggi ventenne. Due anni dopo nacque Jasmine.
Così Victoria, piano piano, si allontanò sempre più dalla carriera dedicandosi, seppur giovanissima, a 360° alla famiglia; godendo sempre di una felicità apparente che, a lungo andare e con le abitudini persistenti, scemava quotidianamente lasciando il posto all’insoddisfazione.
Raul diventò ricchissimo. Al raggiungimento della maggiore età ereditò il castello in Toscana, riuscì a venderlo per l’esagerata cifra di dieci milioni di euro e da qui partì la sua fortuna, riuscì a costruire il famoso albergo a sei stelle.
Lo definiva l’ottava meraviglia del mondo; partì a tutto spiano per quest’avventura, dedicandosi anima e corpo al lavoro e sempre meno a Vicky e alle bambine, che non sentirono comunque mai l’assenza paterna perché non abituate a una presenza costante.
Victoria Lunas cominciava a scalpitare, elemosinando amore, e lui, obiettando, le faceva notare che avrebbe potuto desiderare qualunque cosa e l’avrebbe ottenuta. Vicky, però, desiderava i suoi abbracci, i suoi sorrisi, il suo corpo imponente e quello sguardo che aveva il potere di annientarla.

Non aveva smesso di amarlo nemmeno un secondo ed era fiera di come si fosse integrato nel lavoro, creando una catena di alberghi a sei stelle in tutta la Spagna. Nel 2014 fu eletto “Albergatore più ricco d’Europa”.
Ovviamente, ogni storia ha un risvolto negativo e tutto questo lo rese una preda appetibile per le arrampicatrici sociali, e di questo ne fu ben presto consapevole Victoria.

Capitolo II

Via di qua

Il pomeriggio trascorse molto velocemente e Vicky non sentì l’esigenza di telefonare a Raul, ma pensò di raggiungerlo al Niagara, presentandosi con un regalino che aveva fatto confezionare appositamente per lui: si trattava di speciali sigari cubani.
Così, grintosa, si infilò nella Mini Cooper rossa e azionò la funzione CD per ascoltare un brano di Enrique Iglesias che la faceva letteralmente impazzire, innescando in lei picchi adrenalinici.
Si introdusse nella viuzza che costeggiava l’albergo, voleva entrare dall’ingresso secondario, perché non aveva voglia di farsi annunciare dai dipendenti, ma desiderava solo dare un abbraccio con effetto sorpresa a Raul. Lui, in quel preciso istante, decise di parlar chiaro a Tabatha, escludendola dalla sua vita perché avrebbe voluto dedicarsi completamente a Victoria.
Quindi la fece accomodare nella sala riunioni e cominciarono a discutere animatamente, mentre la porta socchiusa lasciava trapelare ogni singola parola.
Victoria, inconsapevole di ciò che sarebbe accaduto da lì a poco, con aria sognante si diresse verso la sala quando improvvisamente udì la voce del marito.
«Mi spiace, Tabatha, non posso più… sai quello che ho provato per te, ma lei ha bisogno di me adesso.»
A Victoria mancò l’equilibrio, stava quasi per svenire. Cominciò a sudare freddo, ma volle ugualmente ascoltare tutta la conversazione addirittura riuscendo ad aprire ancora un po’ la porta. Ebbe la forza di registrare tutto con il cellulare, perché a quel punto il video sarebbe diventato il suo lasciapassare per spedirlo definitivamente all’inferno.
Le lacrime le solcavano il volto mentre ascoltava la conversazione, ebbe la certezza che Raul l’aveva sempre tradita proprio con la donna che Vicky empaticamente non aveva mai tollerato. Intanto la conversazione continuava e un’altra donna era distrutta.
«Non puoi lasciarmi così, io ti amo, ho perso due anni della mia vita tollerando i tuoi silenzi, le tue uscite di scena, i natali senza di te, sempre sola ad attendere un tuo cenno… guardami,» gli disse «guarda a cosa rinunci.
Io ti faccio impazzire, tu mi vuoi.» Si buttò violentemente tra le braccia di Raul.
Victoria vide abbastanza, disperatamente cercò di non far sentire il rumore dei tacchi e, riuscendo a fuggire da quell’edificio, una volta fuori, prese a calci la macchina di lui.
La rabbia prese il sopravvento.
«Me la pagherai, maledetto figlio di puttana.» E ordì un piano per metterlo al tappeto.
Si diresse verso la vettura, entrò e partì sgommando. Questo rumore per un attimo distolse l’attenzione di Raul a cui parve di riconoscere il rombo del motore della Mini Cooper, ma tornò subito a consolare l’altro cuore infranto.
Victoria, piena di astio, imboccò la tangenziale in direzione Siviglia e si avviò verso la filiale centrale della banca, facendosi annunciare al direttore al quale spiegò che le sarebbe servita liquidità per affrontare l’operazione e il trasferimento a Madrid, utilizzando arrogantemente tutto il suo potere e trasferendo tutto il denaro su un assegno circolare.
Ritirò coattivamente il titolo, lo piegò, lo sistemò nel portafogli e sconvolta telefonò a Tricia, la sua più cara amica.
«Tricia.»
«Ciao amore, cucciolina mia, come stai?»
«Malissimo» rispose singhiozzando.
«Perché?»
«Raoul mi ha tradita con la sua assistente.»
«Mio Dio, ma come lo hai saputo?»
«Li ho colti in flagrante mentre gli urlava in faccia quanto lo desiderasse…
Vorrei ucciderlo» urlò disperata Victoria.
«Ok cucciolina mia, adesso siediti, calmati e raccontami tutto.»
«Come faccio a calmarmi?! Mi sono annullata per lui, ho taciuto contro il suo egocentrismo, le sue manie di onnipotenza e per le umiliazioni che ho subito in questi vent’anni… Io per lui mi sono messa in un angolino diventando piccola piccola… bastardo… bastardo…» urlava istericamente.
Tricia, dall’altra parte, comprese la gravità della situazione.
«Parla cucciolina, sfogati pure, prendi a pugni la macchina, non ti preoccupare… adesso cosa vuoi fare?»
«Posso venire da te?»
«Ma certo!!! Devi chiedermelo secondo te?» le rispose dolcemente Patricia.
«Vieni pure in serata, c’è un volo che parte da lì esattamente tra un’ora. Sei vicino all’aeroporto?»
«Sì.»
«Ok, a dopo.»

A questo punto afferrò il telefono e mandò un messaggio vocale a Raul per disfarsi definitivamente della presenza del marito. «Ciao, questa è l’ultima volta che ascolti la mia voce. Vai all’inferno e restaci.» Concluse
così il messaggio che lui non colse immediatamente, credendo che Vicky
scherzasse, finché sul cellulare non apparve un video e prontamente comprese tutto senza indugi. Ma ormai era troppo tardi.
Uscì, mise in moto la macchina come un forsennato, si diresse verso casa perché in cuor suo coltivava la speranza che Victoria fosse ancora lì ad attenderlo, per poterla fermare o circuire ancora una volta con le sue belle parole.
Ma ben presto si rese conto che di Victoria non c’era traccia e comprese
che questa volta non ci sarebbe stata una soluzione.
Accecato dalla rabbia, cominciò a devastare tutto ciò che gli si profilava dinanzi, i quadri, gli specchi, gli argenti, gli angeli da collezione di Victoria, le loro foto. Aveva lo sguardo di chi, in quel momento, era attraversato dal male; i suoi occhi incutevano paura e, finita la serata, alzò il gomito fino allo stordimento totale perché disperato all’idea di aver perso per sempre la moglie.

 

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